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Capitolo 4
METODOLOGIA DEGLI ELEMENNTI FINITI
4.1 Metodo degli elementi finiti
Grazie allo sviluppo dei mezzi informatici sono nate e si sono diffuse
in questi ultimi decenni diverse procedure di calcolo (metodo delle differenze
finite, metodo degli elementi finiti, metodo degli elementi di contorno,
metodi spettrali, metodo dei volumi finiti ecc.) che permettono di giungere
ad una soluzione approssimata di un problema differenziale.
I metodi a cui ci riferiamo sono basati su logiche di discretizzazione
del problema che ne riducono l'ordine di difficoltà di risoluzione
trasformando il problema differenziale in sistemi algebrici risolubili
in forma automatizzata.
Questi metodi mettono a disposizione dell'utente parametri su cui operare
per regolare il grado di approssimazione della soluzione numerica ottenuta
rispetto alla soluzione vera.
Spesso queste operazioni di discretizzazione comportano la gestione di
un numero di incognite sensibilmente elevato; di qui la necessità
di disporre di strumenti di calcolo adeguatamente potenti per rendere
accettabili i tempi di attesa e di algoritmi molto efficienti per maneggiare
questa mole di dati.
La tecnica degli elementi finiti consiste sostanzialmente nello schematizzare
una struttura come un sistema di elementi, uniti tra loro per modellare
strutture anche altamente complesse .
L'approssimazione del modello matematico, nei confronti del modello reale,
sarà tanto più precisa quanto più fitta sarà
la suddivisione degli elementi.
Il grande vantaggio di questo metodo è insito nel fatto che esso
può essere applicato per modellare strutture a geometria complessa
che non potevano essere risolte con i metodi tradizionali.
La tecnologia FEM, come del resto tutte le altre metodologie numeriche,
è oggigiorno un supporto indispensabile alla progettazione meccanica,
soprattutto nella prima fase di studio, in cui, sostituendosi alle usuali
metodologie sperimentali, permette di ridurre notevolmente tempi e costi.
Naturalmente, come ogni tecnica che si basi su di un modello matematico,
che è una approssimazione di quello reale, i risultati ottenuti
dovranno essere opportunamente testati sulla base dei risultati forniti
dall'elemento reale.
4.1.1 Elemento finito
L'elemento finito è una regione nella quale è definita
una funzione interpolante, detta funzione di forma, dei valori assunti
da una funzione in certi punti predefiniti di tale regione.
Generalmente l'interpolante è un polinomio algebrico ed i punti
di interpolazione sono i vertici dell'elemento.
La dimensione dello spazio in cui è descritta l'interpolante, dà
luogo ad elementi monodimensionali, bidimensionali e tridimensionali.
Nell'analisi strutturale ad ogni elemento finito è associata una
matrice di rigidezza dell'elemento che, assemblata con quelle di tutti
gli elementi che descrivono la struttura, dà luogo alla matrice
di rigidezza totale della struttura.
Con il termine rigidezza si intende una relazione tra forza e spostamento.
4.1.2 Nodo
Il nodo è una entità geometrica definita nello spazio tridimensionale
tramite le sue tre coordinate in un riferimento cartesiano unico per tutta
la struttura, detto riferimento globale.
Ai nodi sono associati sei gradi di libertà. Tre traslazioni e
tre rotazioni nel riferimento globale.
I nodi servono per definire la geometria della struttura (nodi nodali)
o per introdurre gradi di libertà ausiliari utili al fine di descrivere
opportunamente il campo di spostamento della struttura (nodi ausiliari).
4.1.3 Sistemi di riferimento
Il sistema di riferimento globale è un sistema di coordinate cartesiano
ortogonale destrorso, comune a tutta la struttura , nel quale vengono
descritte le posizioni di tutti i nodi della struttura.
Ogni elemento viene invece descritto in un proprio sistema di riferimento,
detto appunto sistema di riferimento locale, che è generalmente
il più pratico per la descrizione dell'elemento.
La matrice di rigidezza dell'elemento viene poi riferita al sistema globale
così da poter essere assemblata alle altre matrici di rigidezza
nella matrice di rigidezza globale.
Tutti i dati dell'elemento sono riferiti al sistema locale dell'elemento
e quindi non dipendono dalla sua disposizione finale nella struttura.
Nel caso di elementi a solo due nodi (monodimensionali), la posizione
dei due estremi del segmento nello spazio tridimensionale non è
sufficiente a definire la posizione del sistema locale rispetto a quello
globale: è necessario un terzo punto.
Per evitare che tale punto debba sempre essere assegnato dall'operatore,
si assume un orientamento di default.
4.1.4 Gradi di libertà e vincoli
I gradi di libertà di una struttura sono variabili indipendenti
necessarie per descrivere univocamente la configurazione deformata, o
campo di spostamento, della struttura.
Un vincolo si riferisce, nei termini del modello della struttura, ad un
grado di libertà per il quale si assume che lo spostamento sia
nullo.
Quando un grado di libertà è vincolato, le relative equazioni
non vengono assemblate nella matrice di rigidezza globale.
Qualora per un nodo non sia associata rigidezza per uno o più gradi
di libertà, tale grado di libertà deve essere eliminato
dal problema: ciò si ottiene vincolando il grado di libertà
corrispondente.
L'omissione di vincoli appropriati può dar luogo a matrici singolari
o a labilità del nodo.
Da questo si nota una differenza tra vincolo nella terminologia strutturale
(spostamento impedito) e vincolo nella terminologia degli elementi finiti
(eliminazione di variabile).
4.1.5 Matrici di rigidezza
La matrice di rigidezza dell'elemento è una matrice che mette
in relazione gli spostamenti e le forze relativamente a tutti i gradi
di libertà dell'elemento, questa è definita nel sistema
di riferimento locale dell'elemento.
Per poter aggiungere il contributo della matrice di rigidezza dell'elemento
alla matrice di rigidezza globale, definita dal riferimento globale della
struttura, viene effettuata una rotazione della matrice di rigidezza dell'elemento.
L'operazione di costruzione della matrice di rigidezza globale tramite
somma dei contributi delle matrici di rigidezza dei singoli elementi è
detta "assemblaggio della matrice di rigidezza".
L'obiettivo è quello di scrivere per un certo numero di elementi
significativi la relazione di rigidezza:
e di poter scrivere delle relazioni che permettano di esprimere il campo
degli spostamenti, delle deformazioni e delle tensioni in tutto l'elemento,
a partire dai valori degli spostamenti nodali.
4.2 Programma di calcolo
Il programma di calcolo utilizzato per l'analisi agli elementi finiti
è ANSYS Multiphysics versione 5.5, prodotto dalla Swanson Analysis
Systems, con sede a Houston in Pennsylvenia.
Tale software è disponibile per le maggiori piattaforme e per i
più diffusi sistemi operativi, dal personal computer, alla workstation
ai supercomputers.
L'interfaccia con i sistemi CAD avviene attraverso il DDA (Design Data
Access) che permette di importare i modelli dai principali sistemi CAD
in commercio.
Le potenzialità di tale software sono variegate e notevoli, consentendo
di affrontare la soluzione relativamente a problemi di:
a) analisi strutturale lineare:
· sforzi e deformazioni lineari;
· sottostrutturazione (creazione e manipolazione di macroelementi);
b) analisi strutturale non lineare:
· non linearità geometriche (grandi rotazioni, grandi deformazioni,
ecc.);
· non linearità di materiale (es. plasticità, materiali
non convenzionali, ecc.);
· non linearità di contatto (contatti tra superfici, urti,
ecc.);
c) analisi dinamica:
· modale (determinazione di frequenze e modi di vibrare);
· spettrale (strutture sottoposte a fenomeni caratterizzati da
uno spettro - es. terremoti, moti ondosi, ecc.);
· armonica (risposta in frequenza);
d) analisi strutturale transitoria:
· lineare;
· non lineare;
e) analisi di buckling:
· lineare;
· non lineare;
f) analisi termica:
· stazionaria e transitoria;
· conduzione, convezione e irraggiamento;
· cambiamento di fase;
g) analisi fluidodinamica:
· stazionaria e transitoria;
· comprimibile e incomprimibile;
· flusso laminare e turbolento;
· convezione naturale e forzata;
· modelli di viscosità newtoniani e non newtoniani;
h) analisi elettromagnetica:
· magnetostatica;
· transitoria a bassa frequenza;
· armonica a bassa frequenza;
· accoppiamento circuitale;
· conduzione di corrente;
· elettrostatica;
· modale ad alta frequenza;
· scattering;
i) analisi accoppiate:
· acustica;
· acustica/strutturale;
· elettrica/magnetica;
· fluido/strutturale;
· fluido/termica;
· magneto/fluidodinamica;
· magneto/strutturale;
· megneto/termica;
· piezoelettrica;
· termo/elettrica;
· termo/strutturale;
· elettro/magneto/termo/strutturale.
Per quanto riguarda lo svolgimento del lavoro, questo si divide in tre
fasi principali:
i. preprocessor (fase di preparazione): nel corso di questa fase si genera
il modello matematico che descrive in modo discreto la struttura in esame.
La sequenza logica delle operazioni da eseguire è la seguente:
a. selezione dei tipi di elemento che verranno utilizzati, ciascun elemento
è caratterizzato dal numero di nodi, dai gradi di libertà
associati a ciascun nodo, nonchè da alcune costanti caratteristiche;
b. definizione delle proprietà dei materiali;
c. definizione della geometria del modello: si può operare direttamente,
definendo: keypoints, linee, aree, volumi, oppure importare modelli geometrici
generati da programmi CAD attraverso il DDA (Design Data Access) o attraverso
i formati IGES, SAT, PARASOLID;
d. generazione della mesh, cioè la griglia di elementi in cui
viene suddivisa la struttura;
ii. solution (fase di calcolo e di risoluzione): in tale fase vengono
introdotte le condizioni al contorno, come carichi e vincoli, e viene
scelta la modalità di risoluzione del sistema di equazioni;
iii. postprocessor (fase di presentazione dei risultati): in tale fase
si ha la presentazione dei risultati ottenuti, vale a dire sforzi, deformazioni,
spostamenti, distribuzioni di temperatura, etc., visualizzabili sia in
forma matriciale che per via grafica.
Ad ognuna di queste fasi è associata un'apposita routine del programma;
esse sono:
/Prep7 per la fase di Preprocessor;
/Solution per la fase di Solution;
/Post1 per la fase di Postprocessor.
Figura 4-1: Sottocartelle del Main Menu di ANSYS 55.
ANSYS ha al suo interno due tecnologie di ottimizzazione:
i. design optimization: opera sui parametri che definiscono il modello;
si stabiliscono i limiti superiori ed inferiori delle variabili indipendenti,
si definiscono i vincoli tra i parametri e infine si identifica il funzionale
da ottimizzare.
ANSYS mette a disposizione diversi algoritmi di tipo convenzionale per
far fronte alle diverse esigenze.
ii. topological optimization: interviene sulla topologia della struttura
dando indicazioni al progettista su quali sono le parti strutturali che
lavorano e quelle che invece possono essere semplificate o eliminate perché
superflue.
4.3 Definizione del tipo di elementi
Di seguito verranno analizzati alcuni elementi bidimensionali e tridimensionali,
facenti parte della ben più ampia libreria degli elementi di ANSYS,
che verranno utilizzati nell'elaborazione del modello in esame.
(Rappresentazione grafica degli elementi tratta dalla funzione help del
programma)
4.2.1 Plane 42
L' elemento Plane 42 è utilizzato per discretizzare strutture
solide nel piano e può essere usato sia come elemento piano che
come elemento assialsimmetrico.
E' definito da quattro nodi, ciascuno dei quali ha due gradi di libertà
nelle direzioni x e y.
Per definire Plane 42 occorre assegnare le dimensioni dell'elemento e
le proprietà fisiche come il modulo elastico (Young) ed il modulo
di Poisson.
ANSYS 5.5 prevede anche l'uso di un elemento Plane 42 degenere, ovvero
di forma triangolare, ma questo non è consigliato, per evitare
problemi nella generazione delle mesh.
Nel caso si presenti la necessità di utilizzare un elemento con
queste caratteristiche, è maggiormente indicato il Plane 82, la
cui configurazione degenere non presenta problemi.
Gli input richiesti da questo elemento sono i quattro nodi, lo spessore
(facoltativo) e le proprietà del materiale isotropo.
Figura 4-2: Elemento Plane 42.
L'elemento Plane 42 presenta le seguenti opzioni:
KEYOPT(1) 0 - sistema di riferimento parallelo a quello globale;
1 - sistema di riferimento basato sulla congiungente I-J;
KEYOPT(2) 0 - ammette forme degeneri;
1 - non ammette forme degeneri;
KEYOPT(3) 0 - tensioni piane;
1 - assialsimmetria;
2 - deformazioni piane (deformazioni lungo z = 0);
3 - tensioni piane fornendo un valore di spessore;
KEYOPT(5) - (6) 0 - relativi alla rappresentazione grafica degli elementi.
4.3.2 Solid 45
L'elemento Solid 45 è utilizzato per la modellazione di strutture
solide tridimensionali.
Esso è un elemento a forma di parallelepipedo (ma può essere
anche a forma tetraedrica o prismatica), definito da otto nodi, ciascuno
dei quali ha tre gradi di libertà nelle direzioni x, y, z.
Figura 4-3: Elemento Solid 45.
Per definire Solid 45 occorre assegnare le proprietà fisiche del
materiale e le costanti reali.
Figura 4-4: Orientamento degli sforzi per l'elemento Solid 45.
L'elemento Solid 45 presenta le seguenti opzioni:
KEYOPT(1) 0 - ammette forme degeneri;
1 - non ammette forme degeneri;
KEYOPT(4) 0 - sistema di riferimento parallelo a quello globale;
1 - sistema di riferimento basato sulla congiungente I-J;
KEYOPT(5) - (6) 0 - relativi alla rappresentazione grafica degli elementi.
4.3.3 Solid 72 e solid 92
L'elemento Solid 92 viene utilizzato per la meshatura di modelli con
geometria irregolare
Ha una forma tetraedrica a dieci nodi, con tre gradi di libertà
per ogni nodo, nelle direzioni x, y, z.
A secondo dei casi può essere sostituito dal Solid 72, il quale
non presentando i nodi di metà lato, consente dei tempi più
rapidi nella fase di soluzione.
Figura 4-5: Elemento Solid 92.
Anche essi hanno una geometria tetraedrica e sono rappresentati da quattro
nodi con sei gradi di libertà per ciascun nodo (traslazioni lungo
le direzioni x, y, z e rotazione attorno agli assi x, y, z).
Sebbene i Solid 72 abbiano più gradi di libertà rispetto
ai Solid 92, in certi casi possono fornire una analisi meno accurata.
Figura 4-6: Elemento Solid 72.
4.3.4 Link 11
L'elemento Link 11 può essere usato per modellare cilindri idraulici,
o in altre applicazioni in cui vi siano compressioni e rotazioni.
Esso è rappresentato da un'asta con due nodi, ciascuno dei quali
con tre gradi di libertà lungo le direzioni x, y, z.
Figura 4-7: Elemento Link 11.
Per definire Link 11 occorre assegnare la rigidezza, la viscosità
e la massa che è suddivisa ugualmente tra i due nodi.
La lunghezza originale dell'elemento viene calcolata in relazione alla
posizione dei nodi e nessun effetto di torsione viene considerato.
4.4 Meshatura e suo infittimento
La generazione delle mesh si divide in tre fasi:
i. Definizione dell'elemento da utilizzare;
ii. Definizione dell'opzione di controllo della mesh;
iii. Generazione della mesh.
La seconda operazione non è sempre necessaria in quanto per un
numero elevato di elementi esiste di default un sistema di controllo.
Se durante l' elaborazione vengono originati degli elementi con forma
degenere, l'utente viene avvisato con un messaggio di allarme che indica
il numero di tali elementi.
Se questi elementi degeneri vengono considerati causa di possibili errori,
il programma provvede ad avvisare con un messaggio di errore, il quale
indica qual è l'elemento non ammesso e quale potrebbe essere un
elemento sostitutivo.
Prima di procedere con la meshatura bisogna stabilire se questa dovrà
essere libera o mappata.
Figura 4-8: Esempio di meshatura libera e mappata.
La mesh libera non impone delle restrizioni sulla forma degli elementi,
mentre una mappata si avvale dei soli elementi specificati, con una precisa
forma.
Un'area con mesh mappata contiene solo elementi triangolari o quadrilateri,
mentre un volume conterrà solo elementi esaedrici.
Se si vuole ottenere una mesh mappata si deve costruire una geometria
come un insieme di aree regolari, così facendo si avrà una
disposizione regolare degli elementi, secondo delle righe.
La dimensione di ogni elemento potrà essere quella di default
oppure scelta dall'utente attraverso una corretta suddivisione delle linee,
delle aree, o dei volumi che delimitano le zone da meshare.
Il numero di elementi è proporzionale al numero di nodi, tuttavia
dei due il secondo è il fattore più significativo in quanto
il numero delle incognite (e quindi la dimensione del sistema da risolvere)
è direttamente proporzionale alla quantità di nodi.
E' consigliabile ricorrere a mesh quanto più possibile quadrangolari
e, qualora sia necessario inserire elementi triangolari, è meglio
farlo in zone in cui non si hanno elevati gradienti di sforzo, le osservazioni
fatte possono essere estese agli elementi tridimensionali, confrontando
i tetraedri con gli esaedri.
La qualità dell'elemento tende a scadere quando l'angolo tra due
lati adiacenti si avvicina ai 180°, valore teoricamente limite per
avere una matrice di rigidezza dell'elemento che sia definita positiva,
cioè matematicamente "accettabile".
Anche la presenza di elementi con quattro angoli retti ma con due lati
molto più lunghi degli altri due è in genere da evitare.
Figura 4-9: Esempio di infittimento mesh.
A volte in prossimità di zone di contatto o in zone strutturalmente
più importanti può essere necessario infittire la mesh.
Tale infittimento può essere esteso a tutta l'area, solo a qualche
elemento o a qualche linea, questo grazie all'opzione modify mesh dopo
averla creata in condizioni standard.
Altro modo è quello di infittire i nodi in prossimità degli
estremi delle linee che determinano l'area interessata, questo risultato
si ottiene con il comando space che indica il rapporto tra la lunghezza
dell'ultimo elemento della linea ed il primo.
Impostando un valore maggiore di uno le suddivisioni si diradano, se invece
è minore di uno le suddivisioni si infittiscono; se si vuole infittire
verso il centro della linea si deve imporre un valore negativo, in questo
caso, il valore introdotto, indica il rapporto tra la lunghezza dell'elemento
centrale e quella dell'elemento più esterno.
4.5 Realizzazione modello FEM
Prima di procedere con la realizzazione del trasduttore si è effettuata,
con l'utilizzo del programma ANSYS 5.5, una stima delle deformazioni nel
sottovolume della torretta interna alla bussola.
La rotaia è quindi stata discretizzata, per una lunghezza di 1140
cm, pari a 19 campate, con elementi 3d, ed i carichi sono stati applicati
lateralmente e verticalmente in diversi punti del fungo della rotaia,
muovendosi sia trasversalmente che longitudinalmente sulla rotaia, al
fine di valutare la sensibilità della deformazione all'allontanarsi
dalla zona in esame.
I supporti della rotaia: traverse, railpad e ballast sono stati discretizzati,
utilizzando in modo appropriato degli elementi molla Link 11, come un
letto di molle con rigidezza pari a:
· rigidezza verticale ballast = 100 MN/m
· rigidezza verticale railpad = 71 MN/m
· rigidezza laterale ballast = 80 MN/m
· rigidezza laterale railpad = 50 MN/m
Fonte - note Kb [MN/m] Kp [MN/m]
[ 2 ] Su rotaia UIC 60. 100 71
[ 15 ] Su modello dinamico con stato continuo di molle e masse. 44 250
[ 16 ] Si riferiscono a misure dinamiche su rotaia UIC 60 e traversine
in ca e spaziatura 60 cm. 70 350
[ 17 ] Su rotaia UIC 60 e traversine in ca e spaziatura 60 cm di media
rigidezza. 50 350
[ 18 ] Su rotaia UIC 60. Ktot = 280e8 [N/m]
[ 19 ] Su rotaia UIC 56 e traversine in ca. 70 280
Tabella 4.1: Valori delle rigidezze verticali ballast e railpad in letteratura.
Fonte - note Kb [MN/m] Kp [MN/m]
[ 15 ] Su modello dinamico con stato continuo di molle e masse. 39.6 50
[ 16 ] Si riferiscono a misure dinamiche su rotaia UIC 60 e traversine
in ca e spaziatura 60 cm. 110 50
[ 17 ] Su rotaia UIC 60 e traversine in ca e spaziatura 60 cm di media
rigidezza. 80 50
Tabella 4.2: Valori delle rigidezze laterali ballast e railpad in letteratura.
4.5.1 Realizzazione del profilo 2D della rotaia
All'interno della subroutine preprocessor, tramite l'interfaccia con
un sistema CAD è stato possibile impostare il valore limite della
sagoma frontale di una rotaia UIC 60.
Sul modello così ottenuto è stata realizzata una corretta
suddivisione delle linee e delle aree al fine di ottenere una meshatura
il più possibile lineare, con un maggior infittimento nella zona
centrale del gambo, in corrispondenza del volume in esame.
Si è proceduto con una suddivisione manuale delle linee, che, a
differenza di quella automatica, consente di controllare la forma ed il
numero degli elementi.
Figura 4-10: Sezione della rotaia con suddivisione delle linee e dei
volumi.
Si è in tal modo suddivisa ogni linea in un certo numero di intervalli
a lunghezza variabile, corrispondente alle dimensioni desiderate di ogni
singolo elemento.
Effettuata tale operazione per ogni linea, avente ciascuna un proprio
numero di suddivisioni, si è potuto meshare automaticamente la
struttura.
A questo punto per valutarne la correttezza, non è stata utilizzata
una meshatura a "ragnatela", la quale avrebbe generato degli
elementi triangolari, ma si è imposto l'utilizzo dell'elemento
Plane 42 in configurazione mappata, che ha generato la mesh riportata
in figura 4.11.
4.5.2 Realizzazione del modello 3D forato
Tramite la funzione Estrude/sweep è stato possibile creare un
modello 3D della lunghezza desiderata, basandosi sul modello 2D precedentemente
generato.
Al volume così ottenuto si è sottratto il volume del cilindro
rappresentante la bussola del trasduttore in esame.
Figura 4-11: Sezione della rotaia meshata con elementi plane 42.
La meshatura della struttura realizzata è stata prodotta con l'elemento
Solid 45 in configurazione mappata, avendo l'accortezza di ottenere una
mesh più fitta nei volumi in prossimità del foro
Figura 4-12: Particolare del modello 3D della rotaia forata,
meshata con elementi Solid 45.
4.5.3 Realizzazione della torretta interna alla bussola
La fase di modellizzazione della torretta interna al foro, è stata
particolarmente laboriosa, non tanto per la rappresentazione grafica del
prisma a base quadrata, quanto nella successiva operazione di meshatura.
In un primo momento si era pensato di meshare l'intera struttura con elementi
Solid 92, che con la loro forma tetraedrica a 10 nodi , con tre gradi
di libertà per ogni nodo, si presentano particolarmente indicati
per la geometria irregolare della zona foro-torretta.
Questo modello pur non creando alcun problema "matematico" nella
fase di soluzione, dava origine ad un numero elevato di elementi, alcuni
dei quali con geometria distorta, il che avrebbe prolungato i tempi di
soluzione.
Figura 4-13: Modello FEM mestato dell'elemento in esame
Si è pertanto optato per una suddivisione in tre volumi del profilo
longitudinale della rotaia, in tal modo è stato possibile meshare
i volumi del bulbo e della base con l'elemento Solid 45 in configurazione
mappata, ed il volume del gambo all'altezza del foro con l'elemento Solid
92 in configurazione libera.
Il modello finale ottenuto è rappresentato in figura 4.13.
4.5.4 Applicazione forze e vincoli
Una volta creata la geometria del modello si possono fissare, nella subroutine
solution, le opportune condizioni di vincolo ed applicare i carichi.
Come già accennato i supporti della rotaia sono stati discretizzati
come un letto di molle nella zona di contatto rotaia-railpad, utilizzando
l'elemento molla Link11.
Al fine di ottenere una misura più corretta si è imposto
un numero di vincoli maggiori in corrispondenza delle quattro traverse
più vicine al volume in esame.
Figura 4-14: Forze e vincoli sulla struttura esaminata.
Per non avere una struttura labile si è provveduto a vincolare
i nodi liberi degli elementi Link11 e le due facce della rotaia, impedendo
ad essi gli spostamenti lungo le direzioni x, y, z.
Il modello così ottenuto presenta le seguenti caratteristiche:
· 75143 nodi
· 73561 elementi
Otto elementi si presentano in configurazione distorta, provocando un
messaggio di allarme.
Questa condizione non causa problemi di errore nell'analisi del prisma
a sezione quadrata, essendo questi elementi parte di un volume non valutato.
L'applicazione delle forze Q ed Y che sollecitano la struttura è
stata ripetuta più volte, in diversi punti del bulbo della rotaia,
al fine di modellizzare diverse situazioni di contatto ruota rotaia.
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